Pirillo e i Tedeschi del XIX secolo

ulderico Mi spiace apparire pignolo, caro Pirillo, ma nel XIX secolo i Tedeschi c’erano senza bisogno di venire a Soverato a Napoli, e abitavano in Germania come succede di solito ai Tedeschi. Nel 1813 avevano sconfitto Napoleone a Lipsia, due anni dopo, con i Britannic, lo avevano definitivamente annientato a Waterloo. Il Regno di Prussia, esteso dall’attuale Kalingrad al Reno e dichiarato ufficialmente Grande Potenza con i privilegi del caso, vedeva crescere, accanto a quella politica e militare, la sua potenza economica con le grandi aree industriali della Renania e della Slesia e altre; e la potenza finanziaria del marco, attorno al quale dal 1818, ufficialmente dal 1834, costituì lo Zollverein, unione doganale di molti degli Stati germanici. Nel 1866 debellò l’Austria, nel 1870-71 disfece la Francia e proclamò l’Impero di Germania.

 C’erano, almeno dalla fine del XVII secolo, anche Inglesi e Scozzesi, dal 1711 Regno Unito, potenza industriale e commerciale a livello mondiale, con possedimenti in Australia, Americhe, India… E vincitrice per mare, poi per terra, di Napoleone; e padrona dell’onnipotente sterlina.

 La Francia, per quanto battuta nelle sue intenzioni imperiali, era tuttavia in piena espansione economica e industriale; con Napoleone III e la sua “dittatura di sviluppo” ammodernò le strutture a cominciare da Parigi, esaltò l’industria, e iniziò una politica coloniale.

 L’Olanda, e il Belgio assurto a indipendenza nel 1830, erano piccoli per territorio ma di grandi potenzialità economiche. Così la Danimarca con i suoi possedimenti atlantici.

 L’Impero d’Austria non si poteva dire industrializzato a livello delle potenze nordiche, però contava sulle ricche miniere dei Sudeti, e su una basta produzione agricola.

 La Russia era contraddittoria, con momenti di progresso e altri di inutile conservatorismo.

 Gli Stati Uniti si dividevano abbastanza nettamente in industrializzati del Nord e agricoli del Sud, comunque in grande espansione produttiva.

 E gli Italiani? La loro per altro modesta industrializzazione era a macchia di leopardo, con aree avanzate e altre, molte altre, assai arretrate. Verso il 1840 iniziò un caotico ma potente processo di ammodernamento del Piemonte, sorretto dal porto di Genova; continuava la tradizione della piccola e media azienda lombarda e veneta; produttiva era l’agricoltura toscana integrata con un artigianato di qualità.

 Il Sud, decaduto negli ultimi decenni del viceregno spagnolo, si stava lentamente riprendendo anche per effetto dell’indipendenza politica sotto i Borbone (1734) e delle caute ma utili riforme sotto Carlo, e, dopo il 1759, Ferdinando IV.

 Anche a seguito delle riforme a mano armata dei Francesi, il Regno, dal 1816 Due Sicilie, sviluppò i commerci di cabotaggio (nel 1811 Soverato viene dichiarato porto); bonificò alcune aree paludose; utilizzò l’acqua per molti piccoli opifici quali mulini e gualchiere; continuò la seta e altre fibre tessili; cercò miniere; aprì qualche opificio moderno come Pietrarsa, Mongiana, Razzona, le industrie tessili del Salernitano e di Villa S. Giovanni…

 Fedele a teorie settecentesche iniziate già prima dal cosentino Giuseppe Serra, il Regno era mercantilista e protezionista, e, poco importando, mirava ad esportare moltissimo. Accumulò così quei famosi tantissimi denari che Garibaldi e Cavour trovarono non spesi  nel 1860.

 La navigazione costiera e, ogni tanto, anche di lungo corso, funzionavano abbastanza bene; erano molto inadeguate le strade; quasi assenti le ferrovie. Estesissimo il latifondo parassitario, formatosi soprattutto durante Murat e non combattuto dai Borbone, che anzi, con Casalanza, lo difesero.

 Luci e ombre, insomma, nell’economia del Sud, che non era certo la terza potenza industriale del mondo, però nemmeno moriva di fame; e le cui debolezze non erano finanziarie ed economiche, erano politiche e militari: come si vide.

 L’assenza da ogni evento europeo e italiano dal 1854 ne segnò la fine.

 Questa è la storia vera. Ebbene, cercare di rivalutare il Meridione è cosa buona e giusta; spararle grosse, non solo non convince nessuno, ma rende poco credibili anche le affermazioni fondate. E la storia, amici lettori, non è uno scontro tra opposte tifoserie, e non deve dimostrare un bel niente: questo è il mestiere dei comizianti, non degli storici.

 Esistono fior di studi seri sulle condizioni economiche dell’Italia ottocentesca, basta leggerli. Aggiungo solo quest’informazione: in tutta la Penisola, da Lampedusa alle Alpi, c’erano meno fabbriche che nella sola Manchester. L’industrializzazione italiana inizierà faticosamente verso la fine del secolo e i primi del XX con l’energia idroelettrica.

 Diciamo la verità senza enfasi, senza retorica, senza fantasie sbrigliate e paragoni che non si reggono: se mai, riflettiamo sulle nostre secolari debolezze, che sono rimaste tuttora identiche. L’esercito borbonico malissimo comandato nel 1860 è la stessa cosa delle Regioni meridionali malissimo amministrate nel 2015.

 Non ammettere le magagne è come se uno volesse andare dal medico a comunicarli che sta benissimo!

Ulderico Nisticò

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