Il destino dell’Italia è sul mare, e anche di Davoli

 Un caffè a chi si ricorda chi l’ha detto. Ottima notizia che a Davoli sia stata fondata, a opera del prof. Giacinto, o Gigi, Bagetta, la sezione della Lega Navale, con belle intenzioni di attività istituzionali e culturali in genere. Credo sapremo presto qualcosa, e, per quel che possiamo, ci siamo messi a disposizione.

 La Lega Navale ha il compito di incoraggiare il rapporto con il mare e la navigazione civile, sportiva, militare; un compito prezioso, in un’Italia che conta 8.000 km di coste e una storia di mare fin dai tempi più remoti. Quelle di Calabria sono un decimo di quelle italiane, anche se, come in tutte le sue cose, anche in questo la nostra Calabria è strana!

 Già. La storia della costa ionica fu di mare solo tra l’VIII secolo aC e i primissimi della nostra era; il Bruzio romano è prevalentemente di collina; e nell’VIII secolo dC il trasferimento verso l’interno fu tale che delle località costiere si perse la memoria. Si segnalano eccezioni come Roccella o le torri cavallare e Crotone; ma non molto altro. La prova è che il pesce è estraneo alle tradizioni culinarie ioniche, se non quello conservato.

 Con la fine delle incursioni barbaresche (l’ultimo rapito è un Dominijanni di S. Andrea, 1815) e le prime bonifiche borboniche, nacquero delle marine; già la piccola S. Maria di Poliporto, che sarà Soverato Marina, nel 1811 era classificata porto. Ma tutte le altre località costiere risalgono al dopoguerra, e la loro costituzione in abitati agli anni 1970. Come e con quale desolata assenza di qualsiasi cosa che remotamente somigliasse a un piano regolatore, non ve lo devo spiegare io: basta un’occhiata. Andò come andò, una specie di fuga dalle colline, un esodo scomposto… che però, grazie a Dio, si è arrestato verso la fine del XX secolo, quando la gente si accorse che con metà della metà di quanto avrebbe speso per due camere a Soverato si costruiva una villa in paese. Intanto le Marine ci sono, e dobbiamo farne tesoro.

 Non parlo solo di turismo. Una barca porta più merce di un TIR, e costa e inquina mille volte di meno, soprattutto se va a vela. Lo sviluppo dello Ionio sotto i Borbone e fino agli anni 1950 si dovette ai trasporti marittimi e di cabotaggio. E qui voglio levare un pensiero ai miei avi marinai: quelli paterni Caminiti di Villa S. Giovanni e quelli materni Fragomeno e Fragomeni di Siderno, tutti padroni di tartane, che ringrazio per aver infuso litri di acqua di mare nelle mie montanare vene cardinalesi.

 Cabotaggio, navi… perciò ci vogliono i porti. Logico, no? Però qui interviene Polibio di Megalopoli, il quale, nel lontanissimo II secolo aC c’informa che la costa ionica è “alìmenos”, senza porti; e parlava di tempi in cui c’erano ancora Locri e Crotone e Thuri eccetera. Poi leggiamo in lui, in Appiano e in Livio che Annibale imbarcò per l’Africa circa 20.000 uomini con cavalli e armi e bagagli, usando, com’è ovvio, molte centinaia di navi. Come fece, senza porti? Ma come facevamo a Soverato: i bastimenti attraccavano al largo, con ancora o legati alla boa, e le merci venivano trasbordate con i barconi (varcazze). Traduciamo tutto questo in termini moderni, e vediamo che esce. Un porto… basterebbe una mareggiata come quella di questo dicembre 2013, e addio porto.

 Comunque parliamone. Parliamone, è plurale, e ciò conduce a chiedersi se qualcuno ha notizia della Lega Navale di Soverato. Personalmente le ultime che ho io risalgono ai tempi dei compianti Enzo Cilurzo e Pino Criscuolo; da allora la sola cosa di marittimo che si può attribuire alla Lega soveratese è che imita i pesci: muta. Sento dire che c’è una nuova presidenza: sarei lieto se mi smentisse, bene inteso con i fatti; le parole orali e scritte, mi lasciano alquanto gelido.

Ulderico Nisticò

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