Una banda di paracadutisti

gallo Antonio Gallo è stato mio allievo al Liceo di Chiaravalle; e intanto studiava musica; ed è stato a Vienna; e dirige oggi, tra l’altro, la banda delle associazioni paracadutisti, che è stata inaugurata sabato 21, relatori il sindaco Tino, UN, il prof. Gallo papà di Antonio; presenti autorità e folto pubblico. Molto vivace il concerto inaugurale.

 La banda è intitolata a Baldassarre Sinopoli, l’indimenticato Sarro, valente calciatore, volontario di guerra e caduto ad Alamein nella Folgore. A lui è intestato il nostro stadio comunale. Ne abbiamo ampiamente detto in “Soverato nel pallone” di UN e Tonino Fiorita.

 Da cui traiamo una preziosa testimonianza, che è stata resa pubblica durante la cerimonia per la voce di Roberto Servello. È la lettera, datata 13 dicembre 1942, che il commilitone Moranduzzo di Firenze scrisse alla madre di Sarro, e qui riferiamo com’è arrivata a noi, un po’ mutila:

“Carissima signora, il giorno 25 novembre fui rimpatriato con la nave ospedale, ferito. Erano due mesi che non ricevevo notizie da nessuno. In questi giorni all’Ospedale di Napoli ricevetti la notizia che lì avevate scritto, e ora, trovandomi in convalescenza a Firenze, ho letto la vostra lettera. Per prima cosa vi dico che […] voi siete la madre, ma la persona addolorata per la perdita di Sinopoli, sono io.

 Il giorno 4 settembre, data della sua gloriosa fine, mi trovavo a poche centinaia di metri da lui, ma non seppi e non ho potuto vedere, causa l’intensissimo fuoco, sopra le nostre posizioni, dall’artiglieria nemica. Era impossibile qualunque movimento.

 Il giorno dopo, 5, ricevemmo l’ordine di ripiegare e abbandonare il caposaldo, dato il grande pericolo che imminente correvamo tutti. Alla sera, pochi momenti prima di ritirarci, rimasi ferito[…][…][…] nella notte, un altro […] seriamente dallo stesso colpo d’artiglieria che cagionò l’immediata morte del vostro povero Sarro. Vi riassumerò ora il racconto che mi fece: ‘Eravamo in cinque, intenti a discutere, allo scoperto, sul da farsi, un colpo, un sibilo, e tutti e cinque si sdraiarono in terra. Il colpo ci investì in pieno, tre morirono immediatamente, io ferito[…] Cercai di interessarmi, di poter sapere di più, ma nulla. Il ripiegamento fu fatto. Avrei desiderato poter vederlo, ma era impossibile avvicinarsi a quel luogo: era preso di mira da tutte le armi nemiche, e pure la grande volontà del cappellano di dargli sepoltura fu vana. In quegli stessi giorni il mio stato di salute… il dottore mi avviò alla base, cioè dove si trovavano i depositi di compagnia, e di là partii il giorno 21 settembre per l’ospedale. A tutti quelli che lo conoscevano cercai di sapere sempre di più: uno mi assicurò che poi poterono dargli sepoltura, e vi posero una croce di legno col nome e data di morte. All’ospedale pensavo molto a voi, signora. Sapevo il bene che portavate al vostro Sarro. Molte volte incominciavo a scrivervi, ma pensavo: e se lei non sa ancora nulla? Non vorrei essere io a recarle per primo questo dolore…”

 Ad maiora dunque alla banda, ad Antonio Gallo, e alla memoria di Baldassarre Sinopoli.

Ulderico Nisticò

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